Vino e reputazione: una nuova narrazione

Il vino deve recuperare rilevanza rendendo più accessibile il proprio racconto. Francesca Caon indica trasparenza, ascolto e preparazione come basi della reputazione.

Data:

September 22, 2026

Tempo di lettura:

2 minuti

Testata del Corriere Vinicolo

Vino e reputazione: una nuova narrazione

La percezione pubblica del vino non si fonda più soltanto sui valori della convivialità, del territorio e della cultura. Salute, sostenibilità, controllo e nuovi stili di vita stanno modificando i criteri con cui il prodotto viene giudicato. In questo passaggio, il rischio è che la complessità del vino venga compressa in contrapposizioni immediate: salute contro consumo, tradizione contro modernità, cultura contro alcol.

L’intervista di Barbara Amoroso a Francesca Caon, giornalista, fondatrice di Caon Public Relations e autrice di “Ombrelli per shitstorm. Come difendersi dalle crisi reputazionali”, è pubblicata sul numero 29 del 21 settembre 2026 de Il Corriere Vinicolo. Il confronto analizza la trasformazione reputazionale del settore e individua alcune condizioni necessarie per costruire una narrazione più comprensibile, credibile e vicina al pubblico.

Il punto di partenza è distinguere l’accessibilità dalla semplificazione. Chi sceglie una bottiglia può cercare qualità, storia e competenza senza possedere un linguaggio specialistico. Rendere più chiari i significati del vino non implica quindi impoverirne il valore, ma ridurre la distanza tra la filiera e chi non ne conosce codici, vitigni e tecniche di degustazione. Per recuperare rilevanza nella vita quotidiana, il settore deve facilitare l’accesso alla propria complessità senza trasformarla in una barriera.

Anche il tema sanitario richiede un cambio di impostazione. Secondo Caon, sarebbe sbagliato sia negare i rischi dell’abuso sia permettere che il vino venga rappresentato esclusivamente attraverso la sua componente alcolica. Una comunicazione autorevole deve riconoscere il problema, promuovere informazione e consapevolezza e affiancare alla dimensione sanitaria il valore agricolo, economico, territoriale e culturale del prodotto. La responsabilità del consumo risulta così più credibile della semplice difesa identitaria.

Quando una rappresentazione mediatica è inesatta, la risposta deve basarsi su fatti verificabili, fonti autorevoli, dati comprensibili e portavoce preparati. Occorre inoltre distinguere l’errore fattuale, che può essere rettificato, dalla critica, che appartiene al dibattito pubblico. Una filiera poco comprensibile lascia spazi informativi che possono essere occupati con facilità da narrazioni parziali: per questo la gestione di una crisi comincia prima che la crisi si manifesti.

Tre, in sintesi, le azioni prioritarie indicate nell’intervista: ascoltare il pubblico prima di comunicare, con particolare attenzione alle generazioni più giovani; adottare un linguaggio accessibile ma non impoverito; costruire la reputazione nel tempo attraverso trasparenza, relazioni solide con i media e presenza anche nei dibattiti più difficili. Tornare a farsi capire diventa così una condizione per tornare a essere scelti.